Da Bukit Lawang a Banda Aceh .. riflessioni sull’ecologia del Pianeta

La tappa successiva Bukit Lawang, dopo avere ampiamente goduto della bellezza selvaggia di questo angolo sopravvissuto alla devastazione forestale, fu pianificata nel lungo trasferimento verso Banda Aceh, città capoluogo della provincia settentrionale di Aceh, luogo dal quale partono i traghetti per l’isola di Pulau Weh.

Il trasferimento via terra è davvero lungo: da Bukit Lawang un primo bus pubblico, una sorta di vecchio van, ci ha condotto a Binjai, città/snodo posta strategicamente tra il nord, verso appunto Aceh, Medan o il sud verso il lago Toba o Berastagi, la zona dei vulcani ancora attivi nel nord dell’isola di Sumatra.

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Isabel se la gode sul tuk tuk

Il tragitto verso Binjai ha avuto la durata di tre ore, tra scossoni per le strade fatiscenti, traffico, pick-up di persone locali.

Come spesso in Sumatra eravamo gli unici turisti occidentali.

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Bus station a Bukit Lawang

A Binjai abbiamo cambiato l’automezzo salendo a bordo di un night-bus, un bus che viaggia di notte, che in ulteriori tredici ore di viaggio ci avrebbe portato a destinazione, Banda Aceh.

Immaginavamo, come consuetudine nei night-bus indiani o cambogiani, un bus con letti; in realtà era un bus molto capiente, tutto sommato comodo, ma con sedili reclinabili per dormire, anche se in realtà, visti i numerosi e rumorosi pick-up di altri indonesiani sulla via di Aceh, dormire è stato un po’ impegnativo, almeno per me e Valentina, Isabel ha ronfato della grossa.

 

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Arrivati a Banda Aceh, tramite tuk tuk ci siamo recati al porto dei traghetti, scegliendo la linea lenta, molto più economica, in realtà avremmo raggiunto l’isola in poco più di mezz’ora rispetto al traghetto veloce, approdando a Sabang, il capoluogo distrettuale dell’isola. Da Sabang, con un’altra ore di tuk tuk, finalmente la nostra destinazione voluta su Pualu Weh, ovvero Iboih, il paradiso dello snorkeling e dei divers che in questa cittadina sul reef arrivano da tutto il mondo, un popolo di scuba che qui converge.

In realtà questo articolo vuole essere riflessione ecologica e queste parole sono nate durante l’intensa osservazione dei paesaggi che Sumatra offre al di là dei piccoli paradisi che contiene, cioè le immense, sconfinate, piantagioni di palma da olio e in seconda linea di alberi della gomma.

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Piantagione di palme da olio

Milioni di ettari rubati alla foresta, centinaia di migliaia di tonnellate di olio di palma prodotte nel nome della Ferrero, della Proctor & Gambler, della Saiwa, della Glaxo, della Garnier, dell’Oreal, della Nestlè.

Per ridurre il tutto in poche parole, nel nome di tutte quelle aziende che producono alimentari, cosmetici, latti in polvere per l’infanzia: osservate gli ingredienti dei prodotti che acquistate e vi renderete conto di quanto olio di palma necessiti l’industria cosmetica ed alimentare.

In parole povere, la merendina di vostro figlio, il vostro mascara, il dopobarba di vostro marito esiste perchè non esiste più quella foresta nella quale vivevano sino a pochi anni or sono oranghi, rinoceronti di Sumatra, elefanti asiatici di Sumatra, pantere e leopardi, orsi della Luna, orsi malesi, buceri, scimmie di Thomas, cercopitechi, gibboni di varie specie, tapiri dalla gualdrappa, la tigre di Sumatra.

Assieme a loro una biosfera incredibile in quest’isola unica, specie endemiche di grande valore ecologico e zoologico, ma anche botanico, che nel nome del progresso, della scienza agro-alimentare, oggi non esistono più.

Disboscamento ai massimi livelli …

puff …

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Adriano Celentano cantava ‘là dove c’era un filo d’erba ora c’è una città …’, in Sumatra là dove c’era una foresta primaria ora c’è una piantagione, spesso di proprietà di latifondisti e investitori cinesi supportati proprio dalle multinazionali della cosmetica e dell’alimentazione.

Se pensate che l’Isis sia il cancro del mondo lo è solo in parte: noi negli anni abbiamo legalizzato le multinazionali che ogni giorno compiono attentati nel nome dell’ovetto Kinder, del Buondì Motta, dello shampoo e del balsamo, dei rossetti, dei Liquid Matte e dei finish per labbra più trendy.

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Ecco i magazzini dove si stivano i frutti della palma da olio prima della spremitura …

E’ anche stato sdoganato l’olio di palma come dannoso per la salute: le tecniche di estrazione attuali lo rendono tutto sommato innocuo, ma io voglio che tutti voi, pur sapendo che alla fine non ne sarete interessati, vi focalizzaste solo un attimo su quanto sia deleterio il nostro progresso, la diffusione del cibo pre-confezionato su larga scala, il settore della bellezza.

Preferivo la bellezza delle strisce di una tigre a due labbra carnose nel nome dello slogan ‘tutte dovrebbero avere un rossetto rosso, capace di vestire da solo qualsiasi look.’

Erano più belli i gibboni che urlavano in tutte le foreste dell’isola piuttosto che i bambini che gridano perchè trovano un cazzo di giochino inutile in un ovetto di cioccolata scrausa che costa in percentuale dieci volte più di quello d’élite piemontese artigianale.

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La fauna nelle piantagioni …

Ora nelle piantagioni, questo è stato il nostro viaggio verso Banda Aceh, e Sumatra è solo un’isola, le palme da olio sono su Java, Kalimantan (il Borneo indonesiano), il Sarawak malese, la Malesia e Singapore, Lombok, ovunque.

Un paradiso ucciso nel nome delle Pringles, dell’ombrè lips alla coreana e i responsabili siamo tutti noi, assieme siamo eco-terroristi complici di affaristi biechi e ricchissimi, con eserciti personali, che supportano attività terroristiche nel nome del terrore che distrae da altre tematiche, di multinazionali che mai appaiono nelle liste delle proprietà, preferiscono delegare ad altri per muoversi nell’oscurità, nel nome della globalizzazione.

Piantagioni, piantagioni, piantagioni e ancora piantagioni … ovunque, senza sosta, in maniera continuativa e celebrativa del dio denaro e dell’industria.

E sono anche brutte esteticamente, così ordinate, perfette, alberi senza vita il cui fusto è spinoso e non scalabile per felini o scimmie, le fronde inospitali per uccelli, i prati tra le file senza farfalle, insomma un cimitero verde, un’apocalisse di clorofilla.

Riflettete, anche se non vi interessa, magari fatelo con un pacchetto di Pringles in mano, magari poi andate da Sephora per acquistare quel gloss prugna che fa così figa la Ferragni o quel mascara che se non lo mettete nella trousse, Cliomakeup vi sputtana sul web.

Ma siete lontani da Sumatra, non vi rendete conto dello scempio, delle ferite inferte al Pianeta, non potete ascoltare la bellezza profonda dei gibboni tra le fronde, quel uuuu-uuu-uuuuu sordo e prolungato, arcaico, le urla dei buceri tra le liane, posati sui rami, il canto dei sun-bird tra gli ibiscus, il ruggito del leopardo in lontananza o del barrito dell’elefante al fiume per abbeverarsi.

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Per decine di chilometri, quello che era uno dei paesaggi più selvaggi al mondo assieme all’Amazzonia oggi è questo e pochissimi fanno qualcosa per fermare lo scempio, segno tangibile che anche l’ambientalismo lo decidono i massimi livelli

Venite in Indonesia, fatevi belle con un bikini da urlo, scattatevi un selfie sulle spiagge trendy di Bali e Lombok, ma in posa mi raccomando, da vere travel blogger.

Datevi un bel nome che contenga il suffisso ‘wonder’ o ‘travel’ e ostentate le vostre foto inutili al mondo, in posa sulla spiaggia.

Nel frattempo quelle bellissime creature che si chiamano oranghi, leopardi, elefanti, tigri, tapiri, orsi, farfalle, uccelli, rettili meravigliosi come varani e pitoni, cobra e agamidi muoiono, scompaiono, lasciano davvero un vuoto.

Ma ricordate: lasciate immagini di voi perchè ci estingueremo grazie alla nostra idiota ignoranza pseudo-colta ed un giorno la foresta tornerà vincente, nelle ere della natura, che sono lunghe e pazienti, e magari un orango, con le sue labbra spesse e scomposte, guarderà il vostro gloss e dirà solamente uuuu-uuuuu e noi tre che conosciamo la lingua degli oranghi sappiamo cosa vorrebbe dirvi, ma per motivi di censura non possiamo riportarlo qui …

Firmato

un trio di ambientalisti in viaggio

Nicola, Valentina, Isabel

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