Le fate del Travancore ora è disponibile

Prova copertina LFDT

Il mio primo libro di una trilogia dedicata al Kerala, ai suoi usi e costumi, spiritualità, cibo, passioni, dolori, gioie, è finalmente disponibile per l’acquisto sia nelle librerie (ma anche online) nel formato cartaceo grazie a Edizioni dell’Eremo, sia sulle piattaformi digitali nel formato ebook grazie a Panesi editore.

Nel caso vorreste invece richiedermi una copia autografata è questo possibile scrivendomi alla mia casella mail

tenny2004@libero.it

 

Vi offro tutta l’introduzione, magari in futuro qualche estratto dai tre racconti, ma già dall’introduzione potrete entrare nel mondo delle mie prime tre di nove fate del sud indiano.

Buona lettura!

Introduzione

Chi sono “Le fate del Travancore”?

Sono il lato femminile, lunare, di quell’angolo meridionale e tropicale di India che nel passato aveva il nome di Travancore: assieme a Kochi e Malabar le tre antiche aree che assieme compongono il Kerala oggi.

Le mie fate sono nate tra leggende e storie quotidiane molto diverse dalle fiabe europee; la “fata” come concetto legato alla magia non esiste, non così riferito, non di certo pensato come pensiero etereo di entità piccine e incantate, o incantatrici.

Eppure nei lunghi mesi vissuti in più periodi in Kerala, ho incontrato tante fate, senza ali, senza bacchetta: sono le bambine, le donne, le vecchie che ogni giorno lottano, soffrono, ridono, pregano, gioiscono, cucinano, studiano, giocano, lavorano, sopportano la loro condizione di essere donne nate in una cultura che le vuole relegate ad un gradino (a volte molti di più in qualsiasi altro stato del sub-continente indiano), posto più in basso rispetto al genere maschile.

Avrei voluto raccontarvi il mio Kerala in maniera quasi folclorica: località, santuari di natura o preghiera, città, villaggi, cibi, costumi, danze, ma vi avrei mentito, in un certo modo: non sono una guida, anche se vorrei esserlo tra piantagioni e backwaters, monumenti e costumi. Sono un umile veḷḷakkāran, una faccia bianca in lingua malayalam, che non pregiudica la stima dei tanti amici, delle tante storie con cui ho intersecato la mia vita in quella terra che da Kasaragod a nord arriva sino alla punta meridionale, Thiruvananthapuram, la capitale.

Veḷḷakkāran, quasi un modo per definire chi è uno di loro, ovviamente lontano dalla genuinità di chi ha radici profonde nella propria terra, ma aperto a recepire ogni giorno storie, parole, canzoni, profumi, colori e tutto ciò che dentro di me è radicato come una pianta alloctona, ma in grado di vivere trapiantato al di fuori della propria terra natia, sintonizzato con gli alimenti e le linfe che scorrono nel nuovo terriccio.

Se vi avessi raccontato il Kerala in quella direzione, avrei mentito non solo a me, ma a tanti amici, chetta e chechi (fratelli e sorelle in malayalam, intendendone anche il termine come estremamente amichevole) che così mi hanno voluto, un fratello.

Nei miei cuori lo sono tutti: non credo alle genealogie come semplici strumenti per determinare un legame più forte dell’amicizia, credo all’empatia emotiva degli incontri, del vissuto quotidiano, della condivisione di emozioni e d’intrecci nella vita.

Allora ho scelto una strada parallela che a volte interseca la didascalia turistica per poi tornare di nuovo equidistante: leggendo tra le righe delle narrazioni, se lo vorrete, il mio viaggio diverrà il vostro, i miei incontri saranno metafora dei vostri perché in quella terra ho percorso tanti chilometri, stazionando in vari posti a lungo, permettendomi così di entrare nel tessuto culturale e mentale, non sino in fondo, non sino alla simbiosi, la quale richiede una vita intera in comunione quotidiana, ma oltre la soglia metaforica d’ingresso.

Con la mia famiglia ho vissuto lunghi mesi spesi nel volontariato, accanto a ragazzini e ragazzine accolti e cresciuti all’interno di case famiglia, aiutandoli a studiare, raccontando la mia realtà, ascoltando la loro, giocando, piangendo, ridendo, passetti piccoli sino alla confidenza piena. In quel momento ho conosciuto la loro vita, a volte spezzata da incidenti, violenze, abusi, ma ancora piena di vita, respirando la loro forza e facendone un po’ la mia.

Donne anziane nelle foreste, madri e nonne sole nel crescere figli o nipoti, oppure figli e nipoti assieme, lavorando, se possibile, per aiutare il bilancio della famiglia, sostituendosi ad uomini deboli che hanno rinunciato a vivere, al lavoro, a dare dignità, il bene più prezioso di una famiglia, a mogli e figli, bevendo o trascurando tutto, picchiando, spesso anche amando. Vale anche il contrario: in quelle dure realtà ho incrociato storie di padri vedovi rafforzati nello spirito per crescere il futuro come seme nei propri figli.

Ma il Kerala è India e come tutto il continente indiano è succube della stampa che riporta unicamente notizie di cronache violente, ingiustizie quotidiane, morti e stupri atroci; ebbene, quell’India esiste, ma ne esiste un’altra e proprio in quella incontrerete le fate, le mie fate del Kerala. Piccoli racconti non del tutto romanzati perché sono riflessioni nate con la conoscenza di vite vere con le quali ho percorso il mio cammino, il mio viaggio, ascoltando, cercando di capire e carpire le verità che il turismo ti nega, negate a chi, passivo villeggiante in una terra straniera, non si concede il tempo e la facoltà di andare oltre i soli momenti di svago.

Questo non è un mio giudizio, tantomeno una condanna: solo una constatazione, e sia che tu abbia già visitato il Kerala nei suoi luoghi d’attrazione, oppure che progetti di andarci in futuro, ti auguro di poter andare oltre lo svago, la fotografia di quadri tropicali e suggestivi.

Vorrei concedermi pure un indegno paragone con Emilio Salgari, anche se non nato nella mia terra, l’Emilia, ma oltre il confine con il Veneto, quasi terra ‘border-line’ negli anni in cui ho vissuto in una casetta accanto all’argine del Po dove, tra nebbie o oblii, i suoni oltre l’acqua arrivavano con tutto il suo lascito letterario e culturale.

Nel caso un giorno sceglierai di recarti laggiù tra palme e colline, foreste e paludi, fiumi e dighe del Kerala, un augurio che ti faccio con tutta la fiducia e la stima reciproca che si potrebbe creare tra le pagine di questo romanzo, forse troverai parte dei miei racconti.

Nel caso in cui non ti sarà possibile, io un po’ ti ci porterò come tanti anni fa Emilio Salgari, chiuso in una biblioteca emiliana, studiò così in profondità la cultura indiana da renderne credibili le sue narrazioni romanzate.

Cosa avrebbe scritto quell’uomo, se davvero avesse viaggiato, fiutato, calpestato il suolo indiano, non lo sapremo mai, ma il viaggio è “salgariano” se nasce proprio nei racconti, diviene poesia credibile e tramandabile per la genuina esperienza di studio di un vero uomo on the road della cultura e della fantasia.

Quindi cibi, templi, culture, animali, danze, diventeranno riferimenti tangibili se là viaggerete e se non lo farete, se non ne avrete la possibilità, chiudete gli occhi ed immaginate di essere dentro i piccoli quadri che vi esporrò nei racconti, tralasciando i dialoghi quasi del tutto per un motivo abbastanza semplice: voglio rendere credibile il racconto evitando di proposito colloqui che così non esisterebbero nel loro contesto perché frutto di un filtro occidentale nel porgere parola a parola, emozione ad emozione. Preferisco la narrazione di personaggi silenti, di attori che si muovono nel loro contesto mantenendo la purezza incontaminata della descrizione e non dell’azione diretta.

Se lo vorrete (questo è un viaggio vero) darete voi alle mie fate la voce, la parola, le virgolette nel modo e nel punto che gradirete, ma così forse non sarà: il dialogo keralita si svolge e si dipana su altre forme comunicative che non ci appartengono, anche se le generazioni più giovani guardano con occhi emulativi l’Occidente.

Se capissero la decadenza della nostra cultura forse eviterebbero di cadere nel tranello del mondialismo multinazionale e culturale, probabilmente gonfierebbero il petto fieri di ciò che sono stati e sono, lasciando agli uomini bianchi la facoltà di rimanere ciò che sono o cercare la possibilità di divenire veḷḷakkāran.

 

Namaskara,

 

Nicola Tenani

 

 

 

 

 

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